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Created: Monday, 22 August 2011 23:00
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Published: Monday, 22 August 2011 23:00
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Attraversare i deserti dell’Asia centrale, costellati di rovine, di città antiche migliaia di anni, tra le yurte che sembrano fermare il tempo al mondo di Gengis Kan, è una sensazione densa, un respirare profondo che lascia infiniti spazi all’immaginazione e al sogno. Ora che siamo tornati cominciamo pian piano a metabolizzare questa difficile avventura che ci ha portato in luoghi grandiosi, paesaggi sconfinati e grotte davvero uniche.
È stato un peccato non potervi raccontare direttamente con le nostre parole ciò che accadeva lassù. Avreste sentito una voce rotta dal fiatone e dalla fatica, talvolta preoccupata per il susseguirsi di giornate davvero intense, difficili da sopportare dal punto di vista fisico e psicologico.
Il ritorno a Samarcanda di tre speleologi italiani, insieme con gli amici Russi, ha forse definitivamente riaperto lo sguardo verso questa regione che è destinata in futuro a diventare sicuramente uno dei grandi campi di gioco della speleologia internazionale. Le potenzialità esplorative si sono dimostrate per quello che sono: enormi, così come le distanze e le difficoltà logistiche da superare solo con la determinazione, senza l’aiuto dell’elicottero. Distanze che non ci hanno ancora permesso di tornare ad esempio a Ulugh Begh, ma che ce l’hanno fatta accarezzare facendoci capire che probabilmente manca davvero poco a un ritorno anche lassù.
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