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Entrando nel sogno sotterraneoRitornati dal Chiapas, si cominciano a trascrivere i tanti  appunti e le riflessioni raccolte durante  il viaggio. Questo che segue è un testo di Stefano sulla mitica traversata della Cueva del Rio La Venta. A breve invece posterò un altro bel racconto di Roberto sulle giornate di esplorazione al Rancho Montecristo e della scoperta della Cueva del Platano.

Se si conosce la buona pratica del turismo ipogeo inevitabilmente ci si scontra con il forte campanilismo che coinvolge persino le grotte; non esiste grotta, turistica o meno, di cui non si cerchi un tratto per poter dire “è la più..”, che poi sia la sala più grande d’ Europa, o la più esplorata al mondo, o con la concrezione più alta o in altri modi- alcuni anche di dubbio gusto, tipo “ la concrezione con un diametro proporzionato all’altezza più simile alla misura della base del capitello dorico nel portico di mio zio Cecilio”- sono in pochi a non cadere nella trappola di voler convincere gli altri che la propria grotta ha quel qualcosa in più da renderla la migliore.

Si arriva così, dopo un po’ di esperienze in cui ci si era preparati a visioni di paradiso, a non credere più alle descrizioni entusiastiche delle meraviglie ipogee, si bollano tutti i Magnificat come l’espressione di un amore per qualcosa che si sente proprio-o peggio di una forma di interesse economico- e ci si convince che la grotta più bella, quella creata apposta per saziarti il cuore va ancora scoperta e forse non lo sarà mai.

Naturalmente questa premessa prelude a un però, e dunque..

Però poi, il destino decide di prenderti per mano e insegnarti una lezione. Certo, nel mio caso il destino aveva una lunga coda riccia e baffetti mefistofelici- oltre ai polpacci depilati- ma non è questo il punto. Il destino ha deciso di farmi fare un giretto nella Cueva del Rio La Venta, 14 chilometri di traversata fino all’uscita sull’omonimo e famoso canyon.

Sono chilometri che saziano lo speleo più esigente; gallerie freatiche dai contorni geometrici si alternano a giganteschi saloni di crollo. Si scende poi sul fiume dove l’erosione ha scavato nelle rocce forme grottesche di fiamme pietrificate; enormi colate di calcite fanno da cortina ad ambienti di concrezioni imponenti. Meandri asciutti larghi metri con un fondo di roccia a skellop, che seguono tratti di forra in cui la corrente lotta con la roccia per scavarsi un cammino migliore. La corrente poi vince, e si trovano enormi laghi distesi tra colate da passare a nuoto.

La temperatura a 20 gradi rende questi passaggi quasi piacevoli, ci si ubriaca nel passare dall’attivo al fossile e di nuovo all’attivo; la grotta più bella del mondo!?

Perchè rovinarla con una definizione che aprirebbe solo polemiche!? Semplicemente, sfida ogni speleologo della terra a non sentirsi sazio dopo averla conosciuta. Se non ci credete, fatevi un giro.

Come descrivervi il piacere di un campo base in grotta in cui si arriva bagnati, ci si spoglia, e scalzi si cammina in mutande sulla sabbia!? Come dirvi del piacere di dormire al caldo senza sacco a pelo invernale!? Non ve lo dico, è da provare.

Ci sono poi piaceri ancora più afrodisiaci che questa traversata può regalare, ovvero uscire e trovare tre pescatori ingaggiati all’uopo che hanno pescato nel Rio per regalarci il piacere di una grigliata di pesce e di un bel fuoco; dormire sulla spiaggia del canyon sotto un cielo di stelle non inquinate dalle luci della città; svegliarsi la mattina e fare un bagno purificatore; risalire 500 metri di canyon nella giungla con i sacchi e trascinarli poi per tre ore sotto un sole impietoso in mezzo ai campi coltivati a pinolillos..i grandi piaceri della vita di uno speleologo.

MEntrando nel Salone della Cascata (foto Carlos Sanchez).a vediamo di rendere meno delirante questo sproloquio; è un caldo giorno di fine aprile che vede un gruppetto di coraggiosi- più gli speleo italiani della spedizione- avviarsi beati all’ingresso della Cueva del Rio La Venta. I coraggiosi sono -Kaleb, speleo degli Jaguares, Manuel, speleo abitante della Colonia Lopez Mateos, e due degli allievi del corso di speleologia; a loro si unisce un gruppo piuttosto multicolore e di gran compagnia formato dal Presidente Municipal di Cintalapa e dal suo seguito di amici e collaboratori, operatore video compreso.

Il buon Tullio fa gli onori di casa e accompagna la sturmtruppen nella grotta, almeno fino al primo pozzo dove ci salutiamo.

Corda, discensore, pulegge che si arroventano e proseguiamo il movimento in queste prime gallerie, perlacee e quasi irritanti nella loro grandezza per chi è abituato a guadagnare metri strisciando o in opposizione.

Saloni si susseguono a gallerie sino a un gigantesco ambiente di crollo in cui, nel lontano novembre del 95, un team La Venta trovò il passaggio per i sottostanti- e già esplorati- rami attivi. Che trip tirare fuori questa giunzione! Ci caliamo tra i massi e arriviamo alla doppia che porta al fiume e alla teleferica di passaggio. L’ambiente è ora più cupo, le rocce sono coltellini svizzeri in attesa di aprire speleo. Ricominciano dopo poco gli ambienti enormi scavati dal fiume, meandri larghi sei metri e più, alti una ventina e con il fondo in sassetti e fanghiglia.. ripensando ai meandri del Canin mi viene da piangere. Non riesci a capire se è la grotta ad essersi ingigantita o se sei tu a esserti rimpicciolito.

Ci caliamo lungo una cascata, da qui in poi il pediluvio è continuo e l’acqua andrà ad abbracciare ogni parte del nostro corpo. Alla cascata i due ragazzi del corso ci salutano, non faranno la traversata con noi ma usciranno con Carlos- sempre che quel matto riesca a ritrovare la strada. In due lo accompagniamo fino al primo pozzo in uscita, recuperiamo la corda e corriamo a raggiungere gli altri che oramai sono al primo campo base.

Ora, parliamo un po’ dei campi base; nel mio piccolo ne ho visto qualcuno, e mi è persino capitato di dormirci; in generale sono situati nel posto meno scomodo e ventoso, magari largo e dal fondo regolare. In Zeppelin, sul Monte Canin, hai delle isole di sabbia- la maggior parte a rischio piena-, in Piani Eterni una tendina di teli termici per 3-4 persone, in Corchia la mitica Tenda Rossa- capacità massima 2 speleo triestini e 4 lucchesi ( ho le foto!)..insomma, in generale luoghi stretti, scomodi, con un lenzuolino a separarti dai due gradi della grotta e stillicidio e puzza di piedi e sudore.

Poi arrivi al primo campo del Rio la Venta, e trovi una spiaggetta di sabbia tiepida, con un tavolo formato da un masso liscio e a bolla caduto dal soffitto al centro. Ti spogli, strizzi la roba e cammini a piedi a nudi. Se fai una cosa simile in grotta, o ti sei fatto di acidi o sei in Messico.

Neanche a dire, si dorme comodi e caldi, e la mattina svegliarsi è un piacere un po’ adombrato da Greta che rovescia il caffè. Kaleb e Manuel, in maglietta e pantaloni, sono decisamente quelli meglio preparati alla permanenza in grotta; mentre noi passiamo il tempo a vestirci e cambiarci a seconda dell’occasione, loro si limitano ad incrociare le braccia e a scrutarci con un velo di commiserazione.

La fame!La traversata prosegue sulle rocce nere e marce della Selva de Pietra, due chilometri di salta, scivola, appoggia, bestemmia, tanto per ricordarci che non siamo a fare una camminata sul lungomare ma in grotta. Si prosegue nell’attivo con intervalli di sale di crollo, fino alla risalita ai rami fossili; grazie a San Casteret protettore degli speleo la corda c’è, la piena l’ha un po’ avvolta attorno alle concrezioni ma non serve fare una risalita. Mandiamo su Francesco, dimostrando poca lungimiranza nel mandare allo sbaraglio l’unico che conosca poi la strada, e poi su fino al II campo, dove saccheggiamo gli avanzi; ma chi cavolo è che si porta in grotta crema pasticcera e purea di fragole in busta!? Beh, però è buona. La carbonara riscuote un successo esagerato, scene da distribuzione razioni di cibo in Burkina Faso. Grazie sconosciuto portatore di buste!

Anche i passaggi nel fossile danno soddisfazione, ma è alle rapide di Chuck che ci si diverte, a fare il traversino sotto la gorna di acqua; come al solito, mentre gli italiani fanno la figura dei lemming trascinati dalla corrente, kaleb e manuel passano le rapide come attraversassero la strada. Cecilio speleosub riemerge direttamente più a valle. Oramai si nuota con una certa regolarità, e resta un ultimo passaggio delicato da affrontare, un tratto a nuoto sotto la seconda medusa- una velika concrezione a cortina- che ha la brutta abitudine di modificarsi a seconda della corrente, e accumulando sabbia dal fondo può anche sifonare..che gusto!

Ma San Casteret, che ama soprattutto gli speleo stolti, ci benedice ancora una volta e ammansisce la grotta, lasciandoci passare. Siamo oramai verso la fine, sentiamo una cascata e un volare di pipistrelli, è l’ultimo salone. Guidato più dall’istinto e dalla fortuna che dal raziocinio Carlos è riuscito a trovare la strada per entrare dall’ingresso basso, e ci aspetta  nell’ultimo salone.

Usciamo nella notte nel Canyon del Rio La venta, il cielo stellato è uno squarcio tra due pareti di roccia che sembrano toccarsi. Risaliamo il fiume fino a una spiaggetta, guidati dal profumo di pesce arrostito sulle canne di bambù- la scena di speleo affamati che si gettano sul cibo sotto gli sguardi divertiti dei pescatori è un po’ imbarazzante, ma fame xé fame, fioi.

Kaleb e Manuel mantengono la compostezza, soprattutto quando il campo cade nel panico per l’arrivo di un gradito ospite, attirato dal fuoco e dalla buona compagnia, un pezzo di scorpione grande come una mano che viene cortesemente invitato a non imbucarsi a questo party esclusivo. Certo che qui non c’è un metro quadrato senza insetti, persino sull’acqua stanno appollaiati ragnoni pescatori in attesa di preda; convintosi che il sito per i materassini si trovi sulla strada di transito di scorpioni e tarantole, Celly decide di mummificarsi nel sacco lenzuolo- vedere foto!

Notte stupenda, magica; risveglio eccezionale, un canyon è sempre un canyon, certo, ma questo è davvero bello, non saranno più di 30 metri tra le due pareti a picco . L’acqua, la cui freschezza chiama bagno, viene ferocemente inquinata dai nostri corpi ignudi; Greta riscuote un notevolissimo successo tra i ragazzi, tanto che iniziamo a valutare la possibilità di tenere un’asta per venderla. A quota cavalli due, 15 machete e nove galline quasi ci convinciamo.

Il gruppo alla fine della traversata (foto Sanchez).Ci aspettano ora 5 orette di camminata per tornare al pick-up, 500 metri di dislivello, sotto un simpatico sole messicano- maledetta Mannoia, dove sono le nuvole!?!- e in mezzo a tutte le cattiverie ideate da madre natura per punire i violentatori delle sue selve; e siamo senza baygon.

Chiude così il tragico racconto di questa semi-seria, semi-epica traversata, le ragazze incassano la prima traversata femminile italiana- tanto per restare nei record di dubbio gusto-, noi incassiamo il piacere di averla vista, e un giorno, quando si parlerà della traversata della Cueva del Rio La Venta saremo più alti di un palmo, e probabilmente borrachos marci.

Ma soprattutto Manuel, impassibile e indistruttibile, è il primo abitante di queste terre ad aver goduto di questa meraviglia. Per lui certamente tutto questo ha ancora più significato che per noi.

Il viaggio poi è continuato, le esplorazioni sono state tante e il potenziale di questo magico Chiapas aumenta esponenzialmente al territorio esplorato. Chi partirà a novembre trova parecchio materiale già pronto, e l’invidia si accompagna alla voce del diavoletto mefistofelico che sussurra:” Dai, torniamo in Messico!”

Cesco

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