10 mar 10

Observan grandes cambios dentro de los Glaciares è il titolo dell’articolo apparso nei giorni scorsi sul sito argentino Ahora Calafate dove sono state pubblicate le foto della conferenza realizzata a fine spedizione (con proiezione di foto e video) e dove è possibile ascoltare in streaming l’intervista a Tono e Leonardo realizzata da Radio FM Dimension, la radio di El Calafate.









8 mar 10

5 marzo 2010

Sulla base delle osservazioni fatte su Google Heart ci siamo diretti verso la zona sud est dell’isola, zona non battuta dai belgi così come confermatoci da Van Damme. Durante il percorso verso sud abbiamo fatto una deviazione per verificare una segnalazione dei locali riguardo un canyon con risorgenze e grotte.

Si cercano le grotte sui versanti del canyon

Si cercano le grotte sui versanti del canyon

Purtroppo questa zona non presenta le caratteristiche idonee alla formazione di grotte. Sulle grandi pareti verticali, solo enormi sgrottamenti molto lavorati da agenti atmosferici. Anche la risorgiva indicataci non è altro che una scaturigine in interstrato strettissimo.

Progressione fra massi

Progressione fra massi

A parte la faticosa progressione su terreno pietroso sotto il sole cocente, il paesaggio è incredibile: un susseguirsi di collinette e terrazzi calcarei in ambiente molto arido con numerosi esemplari di Adenium Obesum, i caratteristici alberi bottiglia endemici di Socotra. Abbiamo quindi proseguito verso la nostra meta raggiungendo il villaggio di Mashfaga, base per le nostre prospezioni. Il villaggio è uno sparuto gruppo di casupole in pietra, la maggior parte ricoveri per le capre; qui, infatti, la pastorizia è l’unica attività.

Passiamo la notte sotto un’incredibile stellata preparandoci alla giornata di domani.

 

6 marzo 2010

Sveglia alle 5. Dopo una fugace colazione partiamo a piedi, progredendo per circa 1,5 km secondo il dato rilevato dal gps. Camminiamo su un esteso plateau calcareo e dopo circa mezz’ora ci affacciamo sulla grande dolina individuata da casa. Era proprio come ce la immaginavamo: una grande dolina di 200×100 con un ingresso a monte ed un altro a valle. L’ingresso a monte è solo un insieme di sgrottamenti in interstrato, dove, come da abitudine locale, sono stati ricavati degli ambienti protetti per le greggi con dei muretti a secco. L’ingresso a valle, altro non è che un gigantesco traforo di circa 500 metri con una volta di una sessantina. La caratteristica di questo ambiente è che si affaccia a strapiombo sul mare, creando un gioco di luci tra il buio della grotta e l’azzurro intenso marino.

Il traforo

Il traforo

Proseguiamo verso secondo punto individuato su Google Heart. Dopo un’altra mezzora di cammino sempre su plateau calcareo ci affacciamo su un enorme cratere del diamentro 40-50 m e dalla profondità di 60m, che non possiamo scendere perché abbiamo corde insufficienti. Al di sotto di esso un grande ambiente che sbocca a mare con una spiaggia ciottolosa. A monte si intravede una grande frana di detriti, ma vista dall’alto ci dà l’impressione che ci possa essere una probabile via di prosecuzione.

La grande dolina

La grande dolina

Nel pomeriggio proseguiamo verso la punta estrema sud est. Risaliamo delle alti pareti verticali con numerosi sgrottamenti poco interessanti. Unico lato positivo, e che dall’alto la vista spazia su immense panure da una parte e falesie a picco sul mare dall’altra. Proprio su queste ultime abbiamo individuato delle enormi grotte impostate su fratture sub verticali. In lontananza, col binocolo, abbiamo individuato anche due piccoli canyon paralleli, molto vicini tra loro (come una doppia s) pieni di grotte e fratture. Forse faremo una puntata da quelle parti.

Ciccio e Martino









5 mar 10

Santa Elena de Uairen

Ci serve ancora  un po’ di tempo per riuscire a realizzare che per sei giorni siamo rimasti isolati sui vertiginosi altopiani di uno dei luoghi piu selvaggi di questo pianeta, il grandioso Auyan Tepui.

Siamo arrivati qui a Santa Elena ormai una settimana fa, senza grandi aspettative, ma con il sogno di poter tornare alla Cueva Guacamaya, l’ultimo grande regalo di Raul della spedizione 2009. Raul è davvero un personaggio mitico, un uomo che vive la sua vita piú nel cielo che con i piedi per terra, volando attraverso canyon strettissimi, sopra cascate, pareti e cime mai raggiunte da essere umano. Una persona che è di sua natura esploratore, e che quando gli spieghiamo il nostro sogno, la sera stessa del nostro arrivo, ci lascia subito spiazzati dicendoci di preparare tutto il materiale la notte stessa pronti a decollare la mattina del giorno seguente.

E così, in poche ore, ci siamo trovati proiettati in quel mondo perduto che avevamo lasciato con tanta nostalgia un anno fa, volando come aquile  sul suo elicottero Long Ranger, sorvolando il gigantesco massiccio del Chimanta per poi giungere alla muraglia dell’Auyan fino all’ingresso della Cueva Guacamaya. Raul ci scarica lassù e ci saluta dicendoci che passerá fra tre giorni, o forse piú.

Raul ed il suo Long Ranger

Raul ed il suo Long Ranger

Non c’ è dubio che i luoghi più misteriosi dei Tepui sono proprio le grotte, e questa, la Guacamaya, è una cavita che ci lascerá veramente sbalorditi per i due giorni di esplorazione seguenti. Rileviamo oltre  un chilometro di gallerie, a tratti enormi. La grotta è sostanzialmente un grande traforo percorso da un bel torrente, ma la parte piu interessante non è tanto il ramo principale, quanto una galleria laterale fossile, lunga 700 metri, che chiameremo Tramo de los Opales. Questa zona della grotta presenta la più sconvolgente varietà di formazioni, speleotemi, cristallizzazioni che è possibile osservare in una grotta nelle quarziti. Passeremo un giorno intero a fotografare questa meraviglia, e mai come in quei momenti ci sentiamo in un mondo fragilissimo, dove ogni passo va pensato per non danneggiare nulla, per cercare di essere solo degli ospiti di passaggio, leggeri come piume in una cristalleria senza eguali.

Cueva Guacamaya

Cueva Guacamaya

Verifichiamo che anche questa galleria si presta benissimo al lavoro di documentazione foto 3D che stiamo programmando  per l’anno prossimo. Decideremo peró in seguito, in accordo con Raul, che di questa grotta sará meglio non divulgare le coordinate precise, proprio per la fragilità degli ambienti, davvero unici.  Sembra proprio la Lechuguilla delle grotte in quarzite, e meriterá per il futuro molte attenzioni affinché non venga rovinata o danneggiata da possibili visitatori occasionali.

Eccentriche nella Cueva Guacamaya

Eccentriche nella Cueva Guacamaya

Martedi mattina lasciamo con un po’ di dispiacere il comodissimo hotel Guacamaya. Raul è arrivato, e prima di riportarci nella realtà, vuole che diamo un’occhiata a una serie di grandi ingressi in parete a pochi chilometri da lì.  Non siamo una spedizione vera e propia e non siamo attrezzati per fare piú che una veloce prospezione. Comunque io e Vitto scendiamo quel giorno nella valle e in poche ore ci affacciamo sull’enorme portale della Cueva del Aguila. La cavitá è veramente enorme, una galleria alta 60 metri  in certi punti e larga venti. Il problema e che il fondo e occupato da una grande frana di blocchi ciclopici che rendono difficile la progressione. Rimaniamo cosi lassú altri due giorni, esplorando una grotta non facile, scendendo fino a incontare un torrente che mi costringe a ripetuti bagni nei laghi, senza riuscire a vederne la fine. Sicuramente un luogo dove bisognerà tornare nelle prossime spedizioni, meglio attrezzati e con piú tempo  a disposizione.

Cueva del Aguila

Cueva del Aguila

Infine ecco che ieri Raul, tagliando paurosamente le nebbie della montagna, ci ha recuperato e riportato coi piedi per terra. In questi giorni abbiamo verificato, se ancora ce n’era bisogno, che lassu c’è moltissimo da esplorare, e che questi luoghi meritano un progetto di larghe vedute, in accordo con le istituzioni venezuelane,  per documentare e studiare al meglio i tanti siti ancora cosi  sconosciuti che vi si trovano.

Nubi e nebbie sull'Auyan

Nubi e nebbie sull'Auyan

Ora siamo di nuovo qui, nel mondo di sempre, ma continuiamo a sognare, non abbiamo programmi definiti  per i prossimi giorni, ma il nostro viaggio continua e certamente tra un po’ ci saranno altre belle avventure da raccontare.

A presto,

Francesco, Carla, Vittorio e Freddy









5 mar 10

Ecco una breve anteprima del video del Progetto Ice Caves 2010










3 mar 10

Lunedì 1 marzo è partito un giro di ricognizione nell’arcipelago di Socotra, nello Yemen.

Ma cosa andremo a fare noi sull’isola? Saremo in quattro: due membri della associazione e due naturalisti, specialisti in gestione ambientale ed esperti  in avifauna. La prospezione a Socotra durerà in tutto dodici giorni, viaggio compreso.

Essenzialmente andremo per valutare il potenziale carsico dell’isola, individuare nuove grotte e collaborare alle ricerche naturalistiche con una serie di campionamenti  da effettuare all’interno di cavità naturali.

Per la verità, non siamo i primi a giungere sull’isola; da anni esiste un Socotra Karst Project (SKP) portato avanti, tra gli altri, dal geologo belga Peter De Geest con l’appoggio delle istituzioni yemenite. Con De Geest ci siamo messi in contatto informandolo sul nostro programma,  in virtù del “Codice Etico dell’UIS” (Unione Internazionale di Speleologia) per le esplorazione e la ricerca speleologica in paesi stranieri, ma anche più semplicemente per nostra consuetudine. De Geest ci ha subito confermato il suo interesse in una reciproca futura collaborazione.

L’isola (dichiarata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO) ha una lunghezza di circa 130 km per 40 di larghezza, faremo campo base nella cittadina di Hadibo (sulla costa nord) e da lì ci muoveremo con punte verso la costa sud con campi avanzati di due-tre giorni. La viabilità è poco sviluppata, costituita essenzialmente di piste per fuoristrada e sentieri, quindi ci muoveremo con equipaggiamento essenziale.

Mappa Socotra

Mappa Socotra

Ieri, martedì 2, siamo giunti all’aereoporto di Sanaa alle 21.00 ora locale dopo un volo abbastanza tranquillo. Vista l’ora tarda e la partenza per l’isola di Socotra l’indomani mattina molto presto, abbiamo ritenuto più conveniente restare a dormire in aereoporto. Il problema più impellente era cenare ma militari di guardia ci hanno sconsigliato uscire dall’aereoporto e girare da soli di sera, quindi si sono offerti loro di procurarci la cena; risultato: cena a domicilio. Verso la mezzanotte c’è stato un gran trambusto: polizia, ambulanze e pompieri a sirene spiegate. Pare che abbiano messo una bomba a 500 metri da noi: i soldati avevano ragione!

Mercoledì 3, alle 7,30 di mattina la partenza per Socotra – aereoporto di Hadibo. Socotra spunta dal mare all’improvviso dietro una cortina di nuvole: sembra un
isola incantata: mare smeraldo, alte montagne, dune bianchissime e spiagge infinite. Da terra tutto è diverso, tipico paesaggio arido e polveroso ma anche quello ha il suo fascino. Il tempo è caldo umido ed il cielo sereno. La logistica è essenziale: case spartane in pietra, niente illuminazione stradale, strade non asfaltate, polvere dappertutto e una moltitudine di gente per le strade, moltissime donne completamente coperte, il fascino dei paesi arabi. Dopo un giro nel souk di Hadibo (la capitale, poco più di un paesone), ci organizziamo per i prossimi giorni. Abbiamo preso contatto con Francesca, la studiosa italiana dell’università di Pavia che, con il prof. Fasola, segue un progetto naturalistico sull’isola. Con lei ci organizzeremo per una punta nel sud dell’isola. Staremo via fino a domenica cercando di raggiungere la grande dolina e gli imbocchi in parete che avevamo individuato sulle carte e immagini satellitari. I telefoni in quella zona non ricevono e quindi saremo isolati per tre giorni. Abbiamo tutto: materiali per il campo, viveri ed entusiasmo…









3 mar 10

Di ritorno a El Chalten dopo quattro giorni di marcia forzata sotto zaini stracarichi, troviamo finalmente il tempo di raccontare il giro del Viedma.

25 febbraio.

Dopo la mattinata a vedere in barca la fronte del ghiacciaio,un giro turistico che non esisteva fino a pochi anni fa, partiamo in otto da El Chalten verso Laguna Toro. Stiamo ancora scontando i postumi della serata alla Casa de Piedra, dove abbiamo festeggiato il compleanno di Elvio Gaido, assieme alla moglie Carina. Una coppia straordinaria che ha fatto la storia di questo paese di frontiera, e che ieri sera non ha lesinato né sul cibo né sul vino: un fantastico Syrah argentino che deve ancora probabilmente lasciare del tutto le nostre menti annebbiate. Tra preparativi e permessi siamo in cammino alle cinque del pomeriggio e nonostante vi sia luce fino a tardi, alle 10 di sera siamo costretti ad accamparci a circa un’ora dalla meta.
Il luogo è bellissimo e abbiamo ancora negli occhi l’immagine del Cerro Torre che ci ha accompagnato per un lungo tratto do cammino.

26 febbraio.

Alle 11 siamo a Laguna Toro, dove tra gli alberi del campo, sbatte furiosamente una tenda vittima del vento notturno. Da qui in avanti restiamo in 6: Ely accusa un forte dolore alla schiena e alla gamba destra, sicuramente dovuto ad un’infiammazione del nervo sciatico, che un’iniezione di Tora-doll riesce a lenire ma non certo a risolvere considerando i dislivelli e gli sforzi che ci attendono. Valerio si ferma con lei e noi riprendiamo il cammino verso il mitico Passo del Viento.
Costeggiamo la Laguna Toro, risaliamo una stretta valletta e raggiungiamo la laguna Turquesa il cui nome non è stato dato a caso. Da qui bisogna attraversare il Rio Tunnel con una Tirolese tirata fra le pareti della gola. Passare sopra le rapida rabbiose che forzano per scorrere nel punto più stretto è un’esperienza anche per chi, come noi, è abituato a godere del vuoto.
Traversiamo la parte bassa del Glaciar Tunnele e poi iniziamo la lunga, lunga salita al passo del Viento a 1400 metri di quota.
Ad accoglierci un muro d’aria quasi impenetrabile. restare in piedi non è scontato ed una volta di più ci rendiamo conto di quali forze immani siano perennemente in gioco in questi luoghi sconfinati.
In attesa dei compagni che stanno salendo faccio la cosa più effimera che si possa pensare di fare qui: mi accendo una sigaretta, che sparisce nel nulla nel giro di pochi secondi. Dietro di noi il Ghiacciaio Rio Tunnel, davanti a noi il più grande dei ghiacciai dello Hielo Continental Sur. Il Viedma è ancora lontano ma già ci fa capire immensità e distanze. Scendiamo dal Passo del Vento ed in circa un’ora raggiungiamo il Rifugio Viedma: un piccolo bivacco con spazio per una decina di persone, un tavolo e due panche. Lo condividiamo con Gustavo, una guida di El Chalten ed i suoi due clienti, una coppia di Trento. I cibi disidratati, il pane ed il formaggio che ci trasciniamo dietro riempiono la sera e placano la fame. A chiudere un goccio di rhum che abbiamo fortunatamente deciso di non lasciare ad El Chalten.

27 febbraio.

Il tempo continua a regalarci giornate straordinarie, come è raro vedere in questa parte di Patagonia. Entriamo sul ghiacciaio dopo 2 ore di marcia dal rifugio. Il grande Viedma è sempre il più grande, ma anche lui è arretrato, cedendo in questi anni pezzi significativi sotto l’incalzare di estati caldissime: ora raggiungerlo è più lungo e complesso. Entriamo sul ghiaccio nero di detrito passando sopra un ponte, relitto di grotte subglaciali che lo stanno attaccando ai fianchi. passiamo fra detrito e piccoli mulini sul cui fondo si sente scorrere acqua. C’è acqua dappertutto, in superficie ed in profondità, ma la progressione è piuttosto agevole anche senza ramponi.
Entriamo verso sud-ovest per oltre 3 km, alla ricerca di un grande fiume centrale e del suo inghiottitoio; sappiamo che c’è o perlomeno che c’era fino a qualche anno fa, quando sbarrò la strada ad un gruppo di alpinisti inglesi che stavano tentando la traversata del ghiacciaio. Troviamo mulini e meandri, attivi e fossili, ma la strada verso il centro del grande fiume ghiacciato è ancora lunga, molto lunga e noi non abbiamo tempo a sufficienza.
Torniamo sui nostri passi, e prima di uscire sulla morena entriamo in un mulino piccolo ma di straordinaria bellezza. Il ghiaccio è totalmente trasparente, sembra di essere in una sala degli specchi…
Al rifugio Viedma ci attende una specie di accampamento. Sono arrivate varie comitive di turisti accompagnati dalle guide di Chalten.
Scambiamo utili informazioni sul ghiacciaio e sul percorso che ci attende domani; chiediamo se hanno qualche notizia sul terremoto in Cile, ma ne sanno meno di noi.

Il Ghiacciaio Viedma

Il Ghiacciaio Viedma

28 febbraio

Iniziamo il ritorno. Il punto cruciale è Passo Huemul da cui si scende quasi verticalmente per 750m di dislivello. Il sentiero corre a mezza costa sopra il lato sinistro del ghiacciaio, che non perde occasione di farci capire le difficoltà di percorrerlo ed esplorarlo.
Il sentiero inizia a salire verso il Passo Huemul e così fa il vento. Pensavamo di avere sperimentato il “vento”, ma ci sbagliavamo. Il Vento è questo, è quello che ci fa cadere e che ci solleva, quello che si prende gioco dei nostri goffi tentativi di resistergli. Per fortuna l’abbiamo alle spalle, altrimenti dovremmo salire strisciano a terra su mani e ginocchia. Sul passo molliamo gli zaini dietro ad un roccione e giochiamo a fare da vela. Provo a saltare e mi trovo due metri più indietro. Mi butto in avanti ed il muro d’aria è duro come pietra…
La discesa da Passo Huemul è una serie infinita di fitte alle ginocchia ma presto si diluisce su prati e bassa vegetazione. Ci accampiamo per la notte vicino alla spiaggia di Capo de Hornon sul Lago Viedma. Diamo fondo al Rhum e ci stringiamo nelle tende battute dal vento. Domani la barca di Patagonia Avventura passerà a prenderci, di ritorno dal giro turistico sulla fronte del ghiacciaio. Potremmo farcela a piedi fino a Bahia Tunnel, ma sono altre sei ore di cammino ed i piedi cominciano a protestare. Abbiamo camminato quattro giorni ma il grande ghiacciaio lo abbiamo appena annusato. Chissà se e quando potremo davvero incontrarlo.

Panorama del Viedma

Panorama del Viedma