Intanto Dark Star però si è concessa davvero. Ce la siamo sudata… 5 giorni di avvicinamento, lo spostamento per chilometri di un campo pesante fino all’unica sorgente d’acqua disponibile, il viaggio lungo le creste oltre i 3500 metti l’attrezzamento di oltre 600 metri di corde in parete...
Un risultato raggiunto grazie alla determinazione degli speleologi russi, a volte cieca e troppo forte, unita al ragionamento spesso troppo dubbioso di noi italiani. Ma alla fine il connubio di questi due approcci ha centrato l’obbiettivo, fondendosi in un’amicizia e un’unione di intenti che ha alla fine sfondato le barriere dell’incomunicabilità linguistica. Dark Star, dopo averci regalato due traversate spettacolari (probabilmente Red Wine- R21 è la più alta traversata del mondo, da 3650 a 3450, 2 km di percorso), attraversando torrenti ghiacciati e favolose gallerie scintillanti di cristalli di ghiaccio, ha poi aperto i pesanti portoni argentati del cuore del massiccio. Una risalita seguita da una galleria ghiacciata ci ha introdotto in una sala che rappresenta certamente un nodo fondamentale della geometria del sistema, la grande Sala del Plenilunio. Ambiente magico che certo le fotografie non riescono a restituire nella sua originale spettacolarità. Qui il ghiaccio diventa davvero forma minerale, costellando metri e metri di pareti di cristalli perfetti, per poi modellarsi in flussi bluastri di grandi colate e forme eccentriche modellate dal vento.
Il portale che segue ha portato negli ultimi giorni ad esplorare un altro chilometro di gallerie fino ad un sifone ad almeno 300 metri di profondità. Ma non è finita qui perché poco prima si snodano una serie di grandi gallerie fossili percorse ad oltranza solo l’ultimo giorno disponibile… e non se ne vede la fine.
Abbiamo poi dovuto abbandonare questo canto di sirena per cominciare il lunghissimo viaggio di ritorno nel mondo reale. Mani e piedi distrutti, labbra crepate, pelle bruciata dal sole e dal freddo, la voglia di ritrovare le cose semplici, poter bere di nuovo a profusione da un torrente fresco di acqua cristallina.
Insieme col nostro amico Ramakdullà, il pastore tagiko che ci ha preso in simpatia col suo modo spontaneo e sorridente di fare ogni cosa, ce ne torniamo a Boysun. Un ultimo saluto ai compagni russi sotto il cielo blu di Samarcanda, e poi eccoci di nuovo qui. Pensandoci ora, quei luoghi mi sembrano così lontani e irreali… È il gioco di ogni esplorazione, non si riesce mai a capire il confine tra il sogno, l’immaginazione e la realtà. Ma questo in fondo è proprio ciò che caratterizza l’Asia e le sue millenarie culture.
Vogliamo ringraziare tutti gli amici russi per la bella esperienza passata e insieme e in particolare Vadim, capospedizione, Evgeny (speleologo appassionatissimo che ha partecipato a tutte le spedizioni nell’area dal 1985), il fortissimo e giovane Misha per le belle giornate passate in parete. Ma poi davvero tutti gli altri oltre agli amici tagiki e all’eccezionale Ramakdullà con i suoi due muli nostra salvezza.
Francesco, Alessio e Marco



