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Antartide e Artide

ANTARCTICA 2000

Le ricerche di grotte nei ghiacciai più freddi, fra lucentezza, deserti glaciali e temperature bassissime.

Grazie alla collaborazione fra La Venta, l'Etsim di Madrid e l'Istituto di Geografia dell'Accademia delle Scienze russa è stato possibile realizzare la prima spedizione speleologica nelle terre antartiche. Il 26 gennaio 2001 raggiungiamo l'isola King George, nelle Shetland Australi. Si tratta di un'isola dotata di aeroporto e relativamente vicina in cui si sono concentrate gran parte delle basi antartiche fatte dagli stati che vogliono poter dichiarare di avere basi permanenti. Una zona che adesso sta divenendo l'Antartide "mostrabile" al ricchissimo turismo che desidera tornare a casa e poter dire agli amici: "sono stato laggiù". Vi arrivano difatti rade navi che sbarcano per qualche ora dei danarosi ansiosi di comprare gadget e fare foto ai numerosi pinguini.
Siamo stati un giorno ospiti della base russa e poi ci siamo spostati su un piccolo cingolato di trasporto truppe sul ghiacciaio. Il brutto tempo non ci permetteva di vedere nulla e così, ad un giorno di distanza dal nostro sbarco, a metà pomeriggio venivamo lasciati sul ghiacciaio, nella nebbia, su neve, in un posto che avrebbe potuto benissimo essere una pista alta del Sestriere con tempo cattivo. Il GPS garantiva che eravamo in Antartide. Boh.
Montiamo il campo a 62°08.724 S, 58°50.600 W, 235 m slm, nel punto dove i glaciologi russi hanno rilevato con radar la presenza di acqua liquida a 50-80 metri sotto la superficie. La zona è completamente coperta di neve, non è cioè la solita zona di ablazione carsica ma di piena accumulazione, asolutamente priva di scorrimenti d'acqua.
La sera il vento trascina via la nebbia e finalmente vediamo che ci troviamo sulla dorsale dell'isola, un'ampia cresta; davanti e dietro di noi il mare, dinanzi ad una grande baia a sud, con al centro un iceberg. Tutt'intorno ghiaccio, un ghiacciaio a calotta di oltre 1300 kmq che occupa quasi interamente l'isola. La vista è realmente impressionante.
Dedichiamo i primi giorni a ricognizioni verso il mare, in cerca di scorrimenti idrici. Gli spostamenti sono estremamente problematici per la presenza di vaste regioni di crepacci, sempre coperti di sottili cornici di neve, a volte evidenti, a volte assolutamente no. Un paio di disavventure di avvertimento (il ghiacciaio è estremamente gentile) ci convincono ad avanzare sondando continuamente la neve prima di appoggiarci i piedi; poi scopriremo che non è sufficiente, e finiremo per legarci in cordata con nodi di arresto e tutto il resto.
Il ghiacciaio, nel suo insieme, perde massa entrando direttamente in mare, con immani crolli ("calving") e non sciogliendosi e creando fiumi. Solo a margine dei dreni principali si riescono a formare zone di dolce pendenza con brevi e minuscoli torrentelli. La temperatura del ghiaccio è poco sotto lo zero e la copertura nivale, inoltre, cessa solo a circa cento metri di quota e dunque per qualche giorno temiamo di non trovare affatto grotte. Ma siamo fortunati: una zona laterale (62°09.7 S, 58°51.3 W) ci fornisce quattro grotte a quote comprese fra i 15 e i 55 m slm.
In sintonia con la tradizione delle ricognizioni patagoniche, le battezziamo con nomi di vini la cui scelta suscita discussioni fra Piemonte e Veneto (Brunello AN1, Cabernet AN2, Barbera AN3).
Il lato terrificante di queste grotte è che sono discretamente ampie e con un salto d'accesso di decine di metri ma, eccetto la prima, perfettamente nascosto da un velo di neve. Ci si può accorgere che in quell'ennesima macchia di neve sul ghiaccio c'è un pozzo mortale solo dal fatto che un rivolino d'acqua vi entra ma non ne esce. Sono trappole terrificanti.
L'ultimo giorno di campo è quello di chiusura delle esplorazioni nel settore ma è anche quello in cui si alza il vento dall'Antartide e spazza l'isola con una intensità e una costanza terrificanti: per oltre ventiquattro ore nelle basi sotto, più protette, non scende sotto i 120-140 km/h. Non fa freddo e, anzi, la luce è splendida. Operiamo con tranquillità ma col timore di come troveremo il campo.
Al ritorno, difatti, la luce del tramonto illumina un campo appiattito al suolo: due tende smontate e volteggianti, le altre due inutilizzabili. A conti fatti, il giorno dopo, scopriremo che abbiamo perso pochissimo, ma il timore di un rapido raffreddamento dopo il tramonto ci suggerisce di scavarci una buca in cui sopravvivere. La luce radente del sole si trasforma in notte, ma non cessa il vento, né il nostro febbrile lavoro: dopo un paio d'ore abbiamo una buca di due metri cubi, chiusa con il sovratelo di una tenda abbattuta e i bastoncini. Vi facciamo cena, mentre due spanne sopra di noi chilometri cubici di aria partiti al centro dell'Antartide si trasferiscono a Nord, a velocità spaventosa.
Ma poi il temuto raffreddamento non avviene, e passiamo una notte relativamente tranquilla. Il mattino il vento va scemando e noi facciamo l'ultima operazione in programma: discendere nei crepacci il più vicino possibile al campo in modo da vedere se troviamo acqua. Inutile, una vera e propria falda non pare esserci.
La sera torna il cingolato a prelevarci.

Nei giorni successivi andiamo via mare in un'altra zona laterale di scorrimento, definendo meglio le idee sul carsismo di questo strano posto, e facciamo amicizia con gli abitanti di tutte le basi, costruendo una bellissima esperienza umana.
Poi un aereo uruguaiano ci porta a nord, a sorvolare Capo Horn e a osservare stupefatti una serena Sierra Darwin, mai così sgombra di nubi.

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